In breve. La moria del kiwi non è una malattia con un patogeno e una cura: è una sindrome che parte dalle radici, quando il suolo resta senza aria per acqua in eccesso, caldo e compattamento, e i microrganismi opportunisti finiscono il lavoro. A fine 2020 interessava oltre 6.560 ettari in Italia, il 26% della superficie ad actinidia; nella provincia di Latina circa un impianto su quattro. Non esiste un protocollo che metta al sicuro, ma le linee guida nazionali indicano cosa riduce il rischio: controllare le radici tre volte l’anno, irrigare meno e di giorno, far scolare l’acqua, tenere il suolo inerbito e ricco di sostanza organica, non sostituire piante morte senza prima rimettere aria nel terreno.
Nell’Agro Pontino si vedono filari interi con i pali in piedi e le piante secche. Impianti che costavano decine di migliaia di euro a ettaro e producevano trecento quintali l’anno, oggi fermi. Chi li ha visti da vicino, come Roberto Castaldi, direttore tecnico di Farina di Basalto®, la mette così: «Qui c’è un impianto da 90 mila euro buttato via. Sono sei ettari. Lui ha combattuto e ricombattuto, poi ha dovuto abbandonarlo. Nella zona di Latina ne abbiamo centinaia e centinaia di ettari così». Questo articolo spiega cosa succede sotto terra, quanto costa davvero e cosa si può ancora fare, con i numeri delle linee guida nazionali e della ricerca.
Che cos’è la moria del kiwi e quanto è diffusa
La moria del kiwi, in inglese Kiwifruit Vine Decline Syndrome, è un deperimento progressivo dell’actinidia che comincia dall’apparato radicale e finisce con il collasso della pianta. Le prime segnalazioni italiane sono del 2012 in provincia di Verona, poi Piemonte nel 2015, Friuli Venezia Giulia e dal 2016 la provincia di Latina, che con circa 9.500 ettari è l’areale più importante del Paese.
I numeri delle linee guida nazionali, pubblicate nel 2021 sul portale nazionale della protezione delle piante, danno la misura: a fine 2020 la sindrome interessava oltre 6.560 ettari, il 26% dell’intera superficie italiana coltivata a kiwi. A Verona 2.000 ettari su 2.500, in gran parte espiantati. In Piemonte 3.180 ettari, di cui solo la metà ancora produttivi. A Latina tra 2.000 e 3.000 ettari su 9.500, cioè circa un impianto su quattro. Colpisce impianti vecchi e giovani, reimpianti, tutte le cultivar.
Cosa succede alle radici
Il segnale che si vede è in chioma: foglie che appassiscono, poi necrotizzano e cadono, soprattutto d’estate, con un aspetto che si confonde con la carenza idrica o con il brusone. Ma la diagnosi si fa sotto terra. Le linee guida sono nette: i sintomi radicali sono l’unico elemento discriminante, perché in chioma si può non vedere nulla anche con oltre la metà delle radici già compromesse.
Sotto una pianta colpita le radici fini assorbenti, quelle che prendono acqua e nutrienti, non sono più vitali e spariscono. Le radici secondarie si sfaldano e la corteccia si stacca. Nelle radici primarie la corteccia diventa rosso-bruna e si sfila dal cilindro centrale. A differenza della batteriosi, la pianta non reagisce: nessun ricaccio dal colletto. I pochi capillari nuovi che compaiono a fine estate sono una risposta effimera, alimentata dalle riserve: la pianta può sopravvivere, ma non tornerà produttiva.
Un preavviso arriva prima delle foglie: la pezzatura. Frutti che si fermano piccoli già in estate riflettono i primi danni radicali. Per questo le linee guida chiedono di scavare e guardare le radici tre volte l’anno, in pre-fioritura, a inizio accrescimento del frutto e a fine luglio, fino a 30-50 cm di profondità.
Le cause: acqua, aria e calore
L’asfissia radicale è il fattore scatenante principale, non l’unico. Il kiwi è una liana da sottobosco umido: vuole molta acqua e teme il ristagno, perché le sue radici stanno nei primi 50 centimetri di suolo e senza ossigeno vanno in sofferenza in fretta. Laura Bardi, ricercatrice del CREA, lo spiega così: «Quando si irriga per scorrimento e si lascia ristagnare l’acqua a lungo, oppure quando intense precipitazioni allagano gli appezzamenti, le piante entrano velocemente in stress». Se la sommersione dura più giorni, le radici non recuperano.
Il secondo fattore è il caldo. Le radici del kiwi soffrono già a 20 °C e in impianti non inerbiti il terreno d’estate arriva a 30 °C. Picchi termici prolungati alzano la domanda evapotraspirativa fino a mandare in crisi i vasi. Il terzo sono i microrganismi già presenti nel suolo, funghi, oomiceti come Phytopythium e Phytophthora e batteri, che diventano virulenti solo quando la radice è già asfittica: il progetto SOS Kiwi dell’Università di Udine e di ERSA li conferma come componente della sindrome, non come causa unica. Le linee guida aggiungono un punto che pesa: non è stata dimostrata l’efficacia di alcun agrofarmaco.
Nell’areale pontino c’è un aggravante misurato dall’Università della Basilicata: volumi irrigui medi di 6.500-7.000 metri cubi per ettaro l’anno, sovradimensionati rispetto a un deficit tra evapotraspirazione e pioggia di 288 mm, e una falda che negli impianti colpiti sale a 40-50 cm dalla superficie. Acqua in più, aria in meno.
Quanto costa un impianto perso
Il conto lo fa Castaldi dal campo, e non è solo il mancato raccolto. Un ettaro di kiwi verde in piena produzione fa intorno ai 300 quintali; con il prodotto sopra l’euro al chilo, un impianto di sei ettari che si ferma perde in pochi anni quello che valeva. Poi c’è il terreno: «Il terreno ha perso anche valore. Chi vuole comprare deve pulirlo, sgravare tutte le radici, ripiantare e aspettare tre anni. Servono intorno ai 20 mila euro a ettaro solo per rimettere le piantine». Un impianto nuovo costa oggi molto più di dieci anni fa e la moria non fa differenza tra vecchio e nuovo.
Per questo, dice Castaldi, il problema va preso prima: «Ci vuole il giusto legame fra il conduttore, che tutti i giorni opera e fa le cose giuste nel momento giusto, e le figure come me che gli dicono cosa fare oggi, domani e dopodomani. Per non arrivare a questo problema». Il ruolo del tecnico, in una coltura così sensibile, è leggere il suolo prima che la chioma parli.
Cosa si può ancora fare
Le linee guida distinguono tra impianti ancora produttivi e impianti nuovi, e l’ordine conta.
Negli impianti ancora produttivi
- Non stravolgere. L’esperienza dice che grosse modifiche a impianti tendenzialmente sani li compromettono. Niente baulature su piante esistenti: interrerebbero colletto e radici superficiali.
- Misurare l’acqua che si dà. Il produttore deve sapere quanti litri arrivano a ogni pianta: 5 mm sono 5 litri al metro quadro, cioè 100 litri per pianta su un sesto di 5 per 4. Preferire le irrigazioni di giorno, dalla tarda mattinata al primo pomeriggio, quando la pianta assorbe, ed evitare quelle notturne. Sonde di umidità nel suolo e scavi di controllo prima di irrigare.
- Far uscire l’acqua. Scoline nell’interfilare senza riversare terra sul colletto; ripper al centro dell’interfila se si notano ristagni; nei terreni pesanti drenaggi interrati, che a Latina sono stati posati a 80 cm di profondità e un metro dal tronco.
- Inerbire. L’inerbimento migliora la struttura, tiene più bassa la temperatura del suolo d’estate, aumenta la portanza e aiuta a smaltire le bombe d’acqua. Mai passare con i mezzi su terreno bagnato.
- Sostanza organica regolare e di qualità, con sovescio non interrato, valutata sulle analisi del suolo. Le linee guida citano come possibile aiuto preventivo anche gli inoculi di consorzi microbici, ancora in studio.
- Equilibrio, non spinta. Potature rapportate al reale potenziale, niente eccessi di allegagione: frutti e radici competono per i carboidrati. Il CREA avverte che i biostimolanti che spingono la foglia e i fitormoni per ingrossare i frutti possono far collassare piante con radici già deboli. Utili solo i prodotti che favoriscono lo sviluppo radicale.
- Non rimpiazzare alla cieca. Sostituire una pianta morta senza prima arieggiare e apportare sostanza organica, o senza poterle dare un’irrigazione differenziata, significa mandarla in asfissia con l’acqua delle altre.
Nei nuovi impianti e nei reimpianti
- Conoscere la storia del terreno, anche dai confinanti: un campo che ha già ristagnato è un rischio.
- Analisi chimico-fisiche del suolo, curva di ritenzione idrica, sondaggi fino a 2 metri per falda e strati impermeabili.
- Baulature nei terreni pesanti con pendenza lieve: non risolutive, ma mettono parte del profilo in condizioni ottimali per le radici.
- Sostanza organica se le analisi danno meno dell’1,5%, colletto fuori terra al trapianto, niente sovraccarico produttivo nei primi anni.
- Non impiantare kiwi dopo kiwi. Se non si può evitare, due stagioni di riposo con il terreno lavorato e coltivato, non incolto.
- Portinnesti tolleranti: il progetto SOS Kiwi sta valutando Zenit, derivato da Actinidia valvata, e biocompetitori come alcuni Pseudomonas con risultati promettenti. Sono strade in corso, non ancora protocolli.
La prova in campo a Latina: cosa hanno fatto Roberto e i produttori
Nell’Agro Pontino Castaldi segue alcuni impianti che hanno scelto di non espiantare. Il caso più seguito è quello di un produttore con quattro ettari di kiwi verde, due suoi e due del genero, in una zona dove, dice lui, «ci sono 500-1000 ettari che stanno espiantando per mettere la nuova varietà». Racconta così la prova: «Questa pianta stava morendo. A ottobre e a febbraio abbiamo fatto le prove con la farina di basalto, per vedere se la pianta ripartiva, se cacciava i rami nuovi. Ho visto che la pianta si è svegliata: guardate, questa ha frutti eccezionali. Stiamo evitando di espiantare, perché espiantare costa e si perdono tre o quattro anni. Questa è una prova».
Un secondo produttore della zona di Cisterna ha fatto la stessa scelta su una pianta data per persa l’anno prima: «Quando mi hanno proposto il basalto ho voluto vedere, senza dirlo a nessuno, che risultato portava. L’anno scorso questa stava morendo. Ho visto risultati eccellenti. Se avessimo anticipato di cinque o sei anni, qui tra Cisterna e Latina avremmo salvato cento, duecento, trecento ettari». Lo stesso produttore avverte che anche la nuova varietà con cui si reimpianta «va trattata bene, sennò muore anche quella», e che l’ordine resta radici, foglia, frutto.
Il lavoro impostato da Castaldi su questi impianti è in due tempi: prima il suolo, con i prodotti a base di Farina di Basalto® per il trattamento al suolo distribuiti in autunno e a fine inverno, poi gli interventi fogliari con Farina di Basalto® XF Stimolante Fogliare nella stagione, con attenzione alla fase della fecondazione. Su un impianto di tre anni impostato così, la differenza si è vista nell’uniformità di pezzatura, con frutti da 200 grammi: «Qui è stato trattato il basalto al terreno, e quindi è stato costruito il suolo in maniera adeguata; poi sono venuti gli interventi fogliari».
Sono prove di campo raccontate da chi le sta facendo, su pochi ettari e da due stagioni: non un protocollo e non una cura. Vanno lette insieme alle linee guida, che mettono al primo posto proprio quello su cui queste prove lavorano, la struttura del suolo e l’aria per le radici.
Il suolo prima del frutto: dove entrano i prodotti a base di Farina di Basalto®
Un produttore pontino, in uno dei reel girati con Castaldi, lo dice con una frase che vale come regola: «Il frutto sta al terzo posto. La prima cosa sono le radici, poi la foglia, e solo dopo si può parlare di frutto». È la stessa gerarchia delle linee guida: aria e acqua nel suolo, poi tutto il resto. Su un impianto giovane seguito da Castaldi la differenza si è vista in uniformità di pezzatura, e lui la spiega così: «Qui è stato trattato il basalto al terreno, e quindi è stato costruito il suolo in maniera adeguata; poi sono venuti gli interventi fogliari».
Va detto con chiarezza: la moria del kiwi non ha una cura, e nessun prodotto la risolve, compresi quelli a base di Farina di Basalto®. Quello su cui lavorano è la condizione che le linee guida mettono al primo posto, la struttura del suolo e la sua capacità di gestire l’acqua.
- OTTOBRYO è un ammendante inorganico ottenuto dalla macinazione della roccia basaltica: aumenta la macroporosità del suolo, utile per la circolazione dell’aria, e migliora la gestione dell’acqua nel terreno. Nei frutteti si distribuisce in autunno, 500-1000 kg per ettaro, anche su superfici inerbite, seguito da una leggera lavorazione. Consentito in agricoltura biologica.
- MICOBAS® Suolo Argilloso combina Farina di Basalto®, funghi micorrizici e batteri della rizosfera: si usa alla messa a dimora per favorire la simbiosi con le nuove radici, aumenta l’espansione radicale e la tolleranza allo stress idrico e crea condizioni sfavorevoli allo sviluppo di patologie fungine e batteriche. Dose 500-800 kg per ettaro, a secco con lo spandiconcime, senza effetti sugli insetti utili.
- MARZYO unisce letame avicolo trasformato e basalto micronizzato: apporta sostanza organica e acidi umici e migliora la disponibilità dell’acqua nel suolo. In frutticoltura si dà in post-raccolta o alla ripresa vegetativa, 400-600 kg per ettaro o 1 kg per pianta sotto chioma.
Le pagine dei tre prodotti, con dosi e schede tecniche: (OTTOBRYO, MICOBAS® Suolo, MARZYO); su come suolo e pianta si condizionano a vicenda c’è anche l’approfondimento sul rapporto tra suolo e pianta. Per un piano sul proprio impianto, con analisi del terreno alla mano, si può richiedere una consulenza.
I video dal campo
Le frasi citate in questo articolo vengono dai video girati con Roberto Castaldi negli impianti dell’Agro Pontino. Questi sono i quattro che hanno avuto più seguito: l’impianto giovane con frutti da 200 grammi, l’impianto abbandonato a Latina, l’investimento in un nuovo impianto e le radici prima del frutto.
Errori comuni
- Baulature su un impianto esistente. Interrano il colletto: si fanno solo nei nuovi impianti.
- Rimpiazzare le piante morte con la stessa irrigazione. La pianta nuova riceve l’acqua di quelle adulte e va in asfissia.
- Irrigare di notte e «per sicurezza». I volumi pontini sono già oltre il fabbisogno: senza sonde si annega la radice.
- Entrare con i mezzi sul bagnato. Compatta il terreno pesante e toglie aria proprio dove servono le radici.
- Spingere la foglia. Biostimolanti fogliari e fitormoni su piante con radici deboli fanno collassare la pianta.
- Kiwi dopo kiwi senza riposo. Due stagioni di terreno lavorato e coltivato prima di reimpiantare.
Domande frequenti sulla moria del kiwi
Cos’è la moria del kiwi?
Una sindrome multifattoriale che parte dalle radici: asfissia per acqua in eccesso, caldo e compattamento, con microrganismi del suolo che aggravano il danno. La pianta appassisce e muore senza reagire dal colletto.
Quanto è diffusa in Italia?
A fine 2020 oltre 6.560 ettari, il 26% della superficie a kiwi. A Latina circa il 25% degli impianti, a Verona l’80%, in Piemonte oltre 3.000 ettari con metà ancora produttivi.
Come si riconosce prima che la pianta muoia?
Scavando: radici fini assenti, corteccia delle radici rosso-bruna che si sfila, radici secondarie che si sfaldano. Frutti piccoli d’estate sono spesso il primo segnale.
La moria del kiwi si cura?
No. Le linee guida nazionali dicono che non esistono misure di cura certe e che nessun agrofarmaco ha dimostrato efficacia. Si riduce il rischio con la gestione di acqua e suolo.
Si possono sostituire le piante morte?
Solo dopo aver arieggiato il terreno e apportato sostanza organica, e solo se la pianta nuova può avere un’irrigazione diversa da quelle adulte. Altrimenti va in asfissia.
Si può reimpiantare kiwi dove c’era kiwi?
Le linee guida lo sconsigliano. Se non si può evitare, il terreno va lasciato riposare almeno due stagioni, lavorato e coltivato, con drenaggio e sostanza organica prima del nuovo impianto.
In sintesi
La moria del kiwi si combatte sotto terra, prima che si veda in chioma. Guardare le radici tre volte l’anno, dare meno acqua e darla di giorno, farla scolare, tenere il suolo coperto e vivo, non spingere la foglia quando la radice non regge. Sono le regole delle linee guida nazionali e sono le stesse che Castaldi ripete nei campi di Latina. Chi vuole rimettere aria e struttura nel suolo del proprio impianto, con i prodotti a base di Farina di Basalto® dentro un piano agronomico e non al posto di uno, può richiedere una consulenza.
Fonti: Linee guida «Moria del kiwi», servizi fitosanitari regionali e centri di ricerca, 2021; CREA, «Moria del kiwi, la difesa passa dalla gestione di suolo e acqua», intervista a Laura Bardi; B. Dichio et al., Università della Basilicata, «Moria del kiwi, come irrigare per controllare la sindrome», Frutticoltura, ottobre 2021; progetto SOS Kiwi, Università di Udine ed ERSA FVG, novembre 2025; Catalogo Prodotti Farina di Basalto® Ed. 12/2025. Le citazioni di Roberto Castaldi e dei produttori provengono dai video girati negli impianti e pubblicati sui canali Farina di Basalto®.
